di Antonio Stanca –

Ancora un romanzo di Andrea Vitali, ancora per Einaudi. L’anno scorso, prima edizione, nella serie “Stile Libero Big”, quest’anno una riedizione nella serie Super ET. S’intitola Sono mancato all’affetto dei miei cari.

Da quando aveva cinquantadue anni, dal 2008, Vitali ha cominciato con la scrittura narrativa e molto ha scritto. Prima aveva svolto la professione di medico a Bellano, suo paese d’origine sulle rive del lago di Como. Una professione che gli aveva permesso di venire a contatto con tante persone, tanti modi di vivere, tante condizioni sociali, tanti problemi. Erano stati questi contatti a fargli pensare di scrivere, stimolarlo, muoverlo verso la narrazione. Dei suoi posti, della sua gente scriverà nei romanzi, di quanto accadeva a Bellano e nei paesi vicini, quelli intorno al lago di Como, nelle campagne, nelle case, nelle strade, nelle piazze, nelle chiese, ovunque ci fosse vita. Della vita quieta, tranquilla di quei posti si era proposto di dire ma non aveva potuto evitare di mostrare come anche quella venisse ormai disturbata se non sconvolta da eventi che non ci si aspettava, che nessuno aveva previsto. Facevano parte della realtà che lo scrittore voleva rappresentare. Erano dovuti ai tempi moderni, erano situazioni che si creavano a causa del nuovo, del diverso giunto ormai pur dove non si pensava insieme a disagi e a veri e propri problemi. Si può dire che il confronto tra passato e presente, il passaggio dal vecchio al nuovo, proprio degli ultimi decenni del secolo scorso, in quelle zone è avvenuto con maggiori difficoltà, ha richiesto più tempo. Di queste difficoltà, di questo tempo Vitali ha voluto essere il testimone, ha voluto scrivere. Opere di narrativa sono le sue ma anche di storia, romanzi ma anche documenti resi ancora più autentici dall’uso di un linguaggio quanto mai vicino a quelle persone, proprio del loro parlare, dei loro dialetti. Può richiedere un certo impegno a chi legge ma piace, affascina. Così pure in Sono mancato all’affetto dei miei cari, opera impegnata a rappresentare, con una lingua che vi aderisce perfettamente, le vicende attraversate da una famiglia della provincia lombarda, padre, madre e tre figli, Alice, Alberto, Ercolino. Si sta tra gli anni Sessanta e Ottanta del Novecento, il padre è riuscito con notevoli sforzi a creare un negozio di ferramenta abbastanza fornito e con molta clientela, la madre ha badato soprattutto alla formazione dei figli. L’ambiente, in casa, è piuttosto tranquillo anche perché assicurato da una buona condizione economica. Ma pur in una situazione simile arriveranno dei problemi, pur dove non li si era neanche immaginati. I primi saranno quelli di Alice che si è diplomata alla Scuola Magistrale, che non accetta d’insegnare nelle elementari e che ha pure la sfortuna di un matrimonio andato a male. Non sa come regolarsi, dove sistemarsi ora che è madre di due bambini. Ritornerà nella casa paterna e terrà a ripetizione bambini delle elementari. Anche Alberto comporterà problemi poiché nessuna volontà mostra per la scuola, si ritira e trova un rimedio lavorando insieme al padre nel negozio di ferramenta. Vi rimarrà finché non sposerà la figlia di un ricco concessionario di una casa automobilistica e non andrà a vivere e lavorare con loro. Ercolino, il più piccolo, è un tipo strano, vive per conto suo, parla poco, mangia molto, soprattutto studia. Avrà successo a scuola, all’Università, ma non vorrà sapere di una vita ridotta entro i confini della casa o del paese. Penserà di andarsene per sempre anche se non sa dove.

Di fronte a tanti scontenti, il padre e la madre cercheranno di contenere gli eccessi, evitare i pericoli, correggere, consigliare, aiutare ma non ci riusciranno. A soffrire di più sarà il padre poiché più di tutti era contento del negozio che aveva creato e avrebbe voluto che uno dei figli lo ereditasse e continuasse la sua attività. Ma anche una vita più riunita, più vicina, più in famiglia avrebbe voluto ed invece si trova con una figlia senza lavoro, separata e madre di due bambini, un figlio che se n’è andato ed un altro che sta per andarsene. Aveva sofferto molto di fronte ad una situazione così diversa dalle sue aspettative, tanto aveva sofferto che “era venuto a mancare all’affetto dei suoi cari”, era morto sopraffatto dal dolore di dover assistere a tante separazioni, a tante divisioni dopo aver fatto tutto per la famiglia e i figli.

Era avvenuto altro da quanto sperato e non lo aveva sopportato. Di chi la colpa, di chi non voleva adattarsi ai tempi e a quanto potevano comportare o dei tempi che non potevano fermarsi? Del mondo che finiva o di quello che cominciava? Vitali non stabilisce, non decide, lascia al lettore questo compito. A lui più di tutto importa aver ricavato, ancora una volta, un’opera da quanto era vita. 

Antonio Stanca