Antonio Bruno Ferro –

Lettera aperta al direttore del “Nuovo Quotidiano di Puglia”
Claudio Scamardella

Gentile Direttore,
ho letto oggi domenica 22 marzo 2020 ne il quotidiano tre interventi molto interessanti. Sono quelli di Stefano Cristante, Mario Buscicchio e Antonio Errico (in ordine alfabetico). Tutti e tre gli scritti tratteggiano un dopo Covid 19 che a loro dire dovrebbe risultare diverso da quello di prima della pandemia. Una frase che ho preso in prestito da Stefano Cristante adattandola, dovrebbe contenere le ragioni che i tre autori ritengono essere la causa di quello che prevedono essere il cambiamento. La frase è quella che segue:


“D’improvviso, dopo essere stati invogliati e pungolati in ogni modo a competere per essere superiori agli altri, ci scopriamo tutti diversi, ognuno diverso da tutti gli altri, ma comunque tutti quanti, l’intera UMANITA’, nella stessa barca.”


Ho riflettuto molto su questa frase e mi sono chiesto se è vero che tutti noi, in quanto esseri umani, siamo stati in ogni modo pungolati e invogliati a competere per essere superiori a tutti gli altri esseri umani. La mia risposta è affermativa. E questa risposta non prende in esame la vita sociale degli anni del dopoguerra, ma riguarda l’intera cultura dell’occidente e dell’oriente che, come noto a tutti, è basata sulla competizione. Questa cultura è nota come PATRIARCALE ed è caratterizzata da conversazioni fondamentali che informano ciò che facciamo nella nostra vita quotidiana.
Noi conviviamo nella cultura patriarcale in modo tale da considerare che sia legittimo e normale tra noi che ci siano la guerra, la competizione, la lotta, le gerarchie, l’autorità, il potere, la procreazione, la crescita, l’appropriazione delle risorse e la giustificazione razionale del controllo e dominio degli altri attraverso l’appropriazione della verità.
Il linguaggio che utilizziamo, le stesse parole che lo compongono confermano quanto scritto prima. Infatti, nella nostra cultura patriarcale, parliamo di lotta alla povertà e agli abusi quando vogliamo correggere ciò che chiamiamo ingiustizie sociali, o diciamo che dobbiamo combattere l’ inquinamento quando parliamo di ripulire l’ambiente, affermiamo che dobbiamo affrontare “l’aggressione” della natura quando siamo di fronte a un fenomeno naturale che per noi costituisce un disastro, e viviamo come se tutte le nostre azioni richiedessero l’uso della forza, e come se ogni occasione in cui siamo chiamati a fare un’azione fosse una sfida.

Nella nostra cultura patriarcale non ci fidiamo gli uni degli altri e quindi viviamo nella sfiducia e cerchiamo la nostra sicurezza e la certezza nel controllo del mondo naturale, nel controllo degli altri esseri umani e nel controllo di noi stessi.

Se ci riflettiamo possiamo notare che non facciamo altro che parlare continuamente di controllare il nostro comportamento o le nostre emozioni. Inoltre facciamo molte cose, mettiamo in atto molti accorgimenti, per controllare la natura o il comportamento degli altri, tutto ciò nel tentativo di neutralizzare quelle che chiamiamo forze antisociali e naturali distruttive che invece hanno comportamenti che derivano dalla loro autonomia.

Nella nostra cultura patriarcale non accettiamo disaccordi come situazioni legittime che costituiscono punti di partenza per un’azione concertata di fronte a uno scopo comune, e dobbiamo convincerci e correggerci a vicenda, e tolleriamo solo il diverso nella fiducia che alla fine saremo in grado di portarlo a convincersi dell’unico modo buono che è il nostro. Continuiamo a fare forzature nel tentativo di ridurre l’altro ad obbedire. Se non riusciamo, escludiamo questa persona irriducibile giustificandoci che è sbagliato quello che questa persona irriducibile pensa, dice e fa.

Nella nostra cultura patriarcale viviamo nell’appropriazione di tutto e agiamo come se fosse legittimo stabilire, con confini che proteggiamo con l’uso della forza, la mobilità degli altri in certe aree che prima della nostra appropriazione erano nel loro libero accesso. Inoltre, lo facciamo mentre manteniamo per noi stessi il privilegio di muoverci liberamente in quelle aree, giustificando che noi abbiamo titolo ad appropriarci di quelle aree utilizzando argomenti basati su principi e verità di cui ci siamo appropriati. Così parliamo di risorse naturali in un atto che ci acceca, tanto da non riuscire a vedere l’altro e lo neghiamo in quanto è un’implicazione del nostro desiderio di appropriazione.

Ecco che se ci riflettiamo possiamo osservare che nella nostra cultura patriarcale, viviamo provando diffidenza nei confronti dell’autonomia degli altri. Di fatto ci appropriamo sempre del diritto di decidere ciò che per gli altri, è legittimo oppure no, e lo facciamo in un continuo tentativo di controllare le loro vite. Nella nostra cultura patriarcale viviamo nella gerarchia che richiede obbedienza, affermando che la convivenza ordinata richiede autorità e subordinazione, superiorità e inferiorità, potere e debolezza o sottomissione, e siamo sempre pronti ad affrontare tutte le relazioni, umane o meno, in quei termini. Quindi, giustifichiamo la competizione, cioè un incontro nella negazione reciproca, come modo per stabilire la gerarchia dei privilegi sotto la pretesa che la competizione promuova il progresso sociale consentendo ai migliori di noi, di apparire e prosperare.

Nella nostra cultura patriarcale siamo sempre pronti a trattare i disaccordi come dispute o lotte, utilizzando gli argomenti come armi, e siamo altrettanto pronti a descrivere una relazione “armoniosa” come pacifica, cioè come un’assenza di guerra, come se la guerra fosse l’attività umana fondamentale.

Queste riflessioni mi portano ad affermare che, tutte le buone intenzioni contenute negli articoli di Stefano Cristante, Mario Buscicchio e Antonio Errico, rappresentano un languore che non è solo di questi tempi di Covid 19, ma che è presente in tutti i tempi in cui abbiamo vissuto nella cultura patriarcale.
Dopo ogni guerra gli esseri umani si sono detti che nel dopo guerra la vita sarebbe stata diversa, che tutto sarebbe cambiato. Lo hanno detto anche dopo le innumerevoli epidemie e pandemie che hanno decimato la popolazione mondiale nei tempi passati. Tutti questi propositi si sono infranti sugli scogli della cultura patriarcale. E posso essere facile profeta nel dire che altrettanto accadrà anche dopo il Covid 19 se non decidiamo di abbandonare questa cultura.
Le parole sono importanti. Noi viviamo nel linguaggio e nulla esiste al di fuori del linguaggio. Ecco perché dobbiamo essere consapevoli che, il languore che sentiamo di una società giusta e solidale, è impossibile si realizzi nella cultura patriarcale.
Ho sentito il dovere di scrivere queste parole perché sono rivolte esclusivamente a chi pratica la cultura patriarcale, tutte persone che comunque io rispetto. In virtù di questo rispetto io ritengo non si possano obbligare queste persone ad abbandonare la cultura patriarcale, anche se è storicamente provato che tale cultura determina una società piena di ingiustizie e di diseguaglianze e in cui la solidarietà è l’eccezione e non la regola.
Grazie per l’attenzione e, siccome non ho gli indirizzi e mail dei tre autori, mi farebbe piacere che foste voi a recapitare questa mia scrittura.


Cordialmente
Antonio Bruno Ferro