di Marcello Buttazzo

Anni fa, Gianni Vattimo affermava che la società sui diritti civili è molto più emancipata della classe politica dominante. Effettivamente, su tante questioni, l’opinione pubblica ha le idee chiare, non si perde dietro esacerbate enunciazioni di principio. Sul “fine vita”, ad esempio, la maggior parte della gente non condivide gli improduttivi inasprimenti di schieramento, le recrudescenze di posizione. Insomma, in pochi, anni fa, accettavano quell’aria di gelida contrapposizione, che ha caratterizzato l’ultimo governo Berlusconi, che voleva ammannirci un testo sulle dichiarazioni anticipate di trattamento impossibile, illiberale. L’attuale governo Renzi, per dare rispondenza alle sue alchimie partitiche interne, sul “fine vita” tace fragorosamente. Ma il “problema” esiste, non può essere rimosso. Si tratta di trovare la equilibrata “via morale”, di aderire ad un’etica della cittadinanza, capace di dare responsi attesi. Quel che è certo è che la società civile, sui “nuovi diritti”, è molto più attiva di certa classe politica. Il governo è silenzioso, mentre gli uomini e le donne in tanti comuni continuano a firmare registri sui biotestamenti, che hanno senz’altro un insopprimibile e alto valore simbolico. Certo, essi non hanno pregnanza giuridica, ma sono purtuttavia una valida sollecitazione. Nel nostro Paese, qualche tribunale ha concesso ad alcuni malati gravissimi di poter nominare un amministratore di sostegno, cioè una persona di fiducia per far rispettare le proprie volontà in caso di incapacità di intendere. La vita esige consapevolezza, passi lenti ma convinti. Nel saggio “Responsabilità della vita”, pubblicato nel maggio 2013, l’oncologo Umberto Veronesi (non credente) e il filosofo Giovanni Reale (credente) imbastiscono un fitto confronto. I casi Welby ed Englaro, nell’ultimo decennio, hanno scosso la gente e hanno lasciato un nervo scoperto. Per colpa, soprattutto, d’una classe politica maldestra, approssimata per difetto e palesemente succube ai rigidi e irreversibili dettami confessionale, s’è ingenerata una confusione colossale e il diritto alla vita è sembrato scontrarsi con il diritto alla cura. I politici, per il loro tornaconto personale elettoralistico, hanno trasformato un terreno sdrucciolevole e fragile come il “fine vita” in un caotico campo di battaglia minato e ideologizzato. A volte, è prevalso nel dibattito e nei disegni di legge, redatti anni fa, e poi ovviamente morti per impraticabilità nelle secche del Parlamento, una sorta di biologismo spirituale, che non recava nulla di significativo, d’eterno. Nel libro “Responsabilità della vita”, un filosofo credente come Reale e uno scienziato laico non credente come Veronesi convengono sul fatto che la moderna medicina debba recuperare il fattore umano, come avveniva nell’antichità, debba tenere nella dovuta considerazione le sofferenze psicologiche prodotte dai mali fisici e, soprattutto, debba rispettare la libertà di scelta. Nessuno può decidere sulla esistenza d’un uomo. L’autodecisione, per quanto riguarda la vita, è irrinunciabile. Togliere all’uomo l’autodecisione significa negargli la libertà. Inoltre, possiamo fare una considerazione più generale. Alcune conquiste libertarie dell’Italia non possono essere messe continuamente in discussione. La legalizzazione dell’aborto, in un quadro normativo rigorosissimo, la libertà di scelta della donna, l’integrità del soggetto, la possibilità di poter sempre scegliere o rifiutare eventualmente alcuni trattamenti sanitari, la libertà di ricerca scientifica, la puntuale informazione contraccettiva, sono aspetti di pubblica rilevanza, che dovrebbero trovare completa attuazione. Le agende bioetiche dei nostri politici soffrono di vuoti di memoria. Una legge sulle questioni eticamente sensibili non deve essere radicalmente permissiva: ma solo giusta. La libertà individuale è quella che garantisce un ampio spettro di possibilità e sa concepire regole e limiti in un alveo di ineccepibile condotta.

                         Marcello Buttazzo